Il piccolo bulbo





Benché si sforzasse di ricordare, Bubbi non riusciva ad andare molto indietro nel tempo. Sapeva di essere un bulbo di fiore, questo sì. E di chiamarsi Bubbi. Ignorava però da dove venisse, chi fossero i suoi genitori e se avesse vissuto lì anche prima che le mani esperte e rugose del nonno lo avessero sistemato in quella comoda cassetta in mezzo a tanti bulbi come lui.
Era molto piccolo, allora. La sua buccia era di un bel marroncino pallido ed era tenera e delicata. Le mani del nonno lo avevano trattato con cura, lo avevano messo a testa in su, bello dritto e allineato. La cassetta era larga ed emanava un buon profumo di legno. Mentre sistemava i bulbi il nonno canticchiava a bassa voce una canzoncina allegra, forse di quando era bambino. Poi, sospirando per la  sua schiena dolorante, si era raddrizzato, con passi silenziosi si era allontanato e li aveva lasciati lì, nella fresca penombra della cantina.




Il tempo trascorreva lento. I piccoli bulbi chiacchieravano sommessamente tra loro, ogni tanto si facevano il solletico e ridevano a crepapelle, oppure qualche birichino svegliava gli altri di soprassalto, con un BU fortissimo che spaventava anche i più coraggiosi. Spesso, però,  parlavano di loro stessi e del loro destino:
 – Nessuno di voi sa di che fiore siamo i bulbi?- chiedeva un piccolino che era sempre il più timido a intervenire.
 – No, però ho saputo che siamo dei bellissimi bulbi, sani e forti. Per questo ci hanno messo in questa cassetta, per conservarci meglio – rispondeva un altro.
 – Conservarci per cosa? Qui il  tempo passa e non succede niente! – piagnucolava qualcuno.
Insomma basta! – esclamava un bulbo piuttosto grosso, che si dava arie da saputello – Mi sa che siete tutti bulbi di mammolette, visto come frignate!!
 – Smettila tu! – disse Bubbi, che non sopportava i prepotenti – Fai tanto lo sbruffone, ma nemmeno tu sai cosa ci succederà!
 – E va bene, va bene! – si intromise un bulbetto che non parlava molto, ma che pareva saggio – Ve lo spiego io! Cioè… ecco… io… io so che dobbiamo aspettare e che, quando verrà il momento giusto, cresceremo e cresceremo e …  solo allora capiremo tutto!
Le discussioni finivano sempre così: bisognava aspettare. Aspettare di crescere.





Bubbi ascoltava, cercando di farsi un’ idea. Aveva capito di non essere destinato a stare a lungo in quella cassetta in cantina. Vedeva infatti la sua buccia farsi sempre più scura e forte e sapeva che, quando il nonno scendeva lì sotto, lo faceva per controllare se stessero bene e per spostarli un po’ l’uno dall’altro, perché prendessero aria e non marcissero. Ma non capiva ancora il perché di tutto questo.

Una mattina di ottobre …  lo capì .
Seppe che era ottobre perché il nonno arrivò con una signora dalla voce gentile, che disse:
E’ ottobre, ci siamo finalmente!
Sì – rispose il nonno – è ora di portarli su.
Ne abbiamo tanti, vero? E sono bellissimi! – esclamò la signora.
Bubbi arrossì, sentendosi adulare così da una signora, ma doveva riconoscere che lui e i suoi amici erano davvero belli e avevano un aspetto forte e sano.
Dobbiamo procurarci della terra buona – disse il nonno con voce pacata.



Bubbi capì che qualcosa sarebbe cambiato. Sentì che anche gli altri bulbi erano emozionati come lui. Il brusio aumentava man mano che il nonno li prendeva a manciate e li appoggiava dentro a una scatola di cartone, più morbida della cassetta, ma meno spaziosa. I bulbetti, infatti, si ritrovarono uno sopra l’altro, rotolando e sobbalzando allegramente, mentre il nonno li trasportava fuori dalla cantina. La signora lo seguiva e sembrava contenta di quello che stava per succedere.


All’improvviso ci fu come un’esplosione. Un’esplosione di luce, di azzurro, di fresco. Lo spazio sopra di loro si moltiplicò e divenne immenso. I rumori assordanti.
Bubbi tremava. Sentiva i brividi sulla buccia e non sapeva se essere spaventato o curioso. O felice. Grandioso! Si trovava all’aperto!
L’azzurro sopra di lui era il cielo, la luce era quella del sole e i rumori non erano altro che le voci degli uccelli e delle foglie che si dondolavano  sui rami degli alberi.


Amicii! – gridò – Sarà un’avventura straordinaria!
Sì, sììì ! rispose un bulbo che si trovava in cima al mucchio.
Fatemi vedere! Spostatevi! – insistette un altro che invece era sommerso dai suoi amici.
Tutti si agitavano, smaniavano. Volevano respirare quell’arietta frizzante e godere della luce tiepida del sole autunnale.
Entrarono  in una specie di casetta. Una serra, seppe Bubbi che era stato attento alle parole che il nonno scambiava con la signora gentile. Lì dentro l’odore era diverso da quello della cantina. Era un odore pungente e inebriante. Sembrava … sembrava …
Bubbi non sapeva bene che profumo fosse, ma gli ricordava qualcosa. Qualcosa del suo passato.




Non ebbe nemmeno il tempo di soffermarsi su quel ricordo. Improvvisamente le mani del nonno lo tolsero dalla scatola di cartone e lui si ritrovò, insieme a pochi amici, su un grande tavolo di legno chiaro.
Hai visto che avevo ragione? - era la voce del bulbetto saggio che si trovava proprio  vicino a lui – Siamo cresciuti e adesso … adesso … oh, Bubbi, aiutami! Ho tanta paura!
Non temere, stammi vicino! - lo rassicurò Bubbi che, però, di paura ne aveva altrettanta.
Il bulbetto gli venne talmente vicino da appoggiarsi quasi alla sua buccia.
Stettero così, vicini, per un tempo che a loro sembrò interminabile. Nella serra non c’era più nessuno e, a poco a poco, anche tutti gli altri bulbi che si trovavano sul tavolo trovarono il coraggio di parlare, di chiamarsi tra loro, di ridere un po’ per scacciare i brutti pensieri.

A un tratto il silenzio venne squarciato da un suono, anzi, da un insieme di suoni mai sentiti finora.
Il nonno entrò nella serra ed esclamò:
Arrivano i bambini!
Bubbi pensò che il nonno lo avesse detto proprio a loro, ai bulbetti. Quasi per avvisarli.
Quei suoni allora … Quei suoni erano le voci squillanti di un gruppo di bambini che si stavano avvicinano, accompagnati da…
E c’è la maestra … - aggiunse il nonno come se volesse spiegar loro tutto quanto.
I bambini entrarono nella serra come una valanga. Bubbi vedeva i loro occhi curiosi guardare tutto quello c’era sul tavolo. Sentì la voce gentile della signora spiegare qualcosa. I bambini erano attenti e aspettavano.

Poi tutto accadde. E fu spaventoso.
Decine di mani frugarono sul tavolo, sparpagliando i bulbi.
Bubbi! Dove sei? Non lasciarmi! – piangeva disperato il bulbetto saggio –
Coraggio amico! Coraggioooo! – gli rispose Bubbi, mentre una mano grassottella lo portò vicino a due buchi scuri attraverso i quali la bambina cercava di annusare il suo buon odore.
Addioooo !!! – ormai la voce del suo amico era lontana. Bubbi lo vide in mano a un bambino biondo e sorridente.
Forse non vogliono farci del male – pensò Bubbi fra sé – Le loro mani non sono esperte come quelle del nonno, ma …
Ed ecco che la signora gentile appoggiò al tavolo un grande sacco bianco dal quale tolse qualcosa di morbido e marrone.
La terra!!! Ecco cos’era il profumo che aveva sentito appena entrato nella serra. Era il profumo della terra! Era nella terra che lui era nato. Ora lo sapeva e ne fu, chissà perché, felice.



Da quel momento le attività divennero frenetiche. Bubbi fu ripulito delicatamente (e inutilmente perché lui non era affatto sporco) e posato delicatamente a testa in su sopra un soffice strato di terra dentro a qualcosa di rigido che sembrava fatto apposta per accoglierlo.
Maestra, ci dai ancora vasetti? – chiedevano le voci dei bambini.
Allora questo è un vaso – pensò Bubbi, guardandosi intorno soddisfatto della sua capacità di ascoltare e di imparare tutte quella cose nuove.
Ma tutto la sua sicurezza svanì in un attimo. Al suo posto arrivò il panico. Cosa gli stava succedendo? Le mani della bambina avevano preso alcune manciate di terra scura e … lo stavano ricoprendo!
Bubbi non riusciva più a respirare! Non vedeva più niente!
Dov’è il cielo? Dov’è la luce del sole? Perché le foglie non dondolano più sui rami con il loro dolce frusciare?







Ora Bubbi non vedeva più il viso della bambina e non sentiva più nemmeno un rumore. Cercò di calmarsi. E di riflettere.

Quello che era successo doveva avere un senso. Il nonno e la signora gentile sicuramente non avrebbero mai voluto far del male a lui e agli altri bulbetti. Ne era sicuro. E allora perché tutto quel buio che lo circondava?

Stette in ascolto. Niente.
Ancora un sobbalzo. Capì che il vasetto in cui si trovava era stato spostato e appoggiato a terra, probabilmente assieme ad altri vasetti come il suo. Provò a chiamare il bulbetto saggio. Forse era ancora nei dintorni.
Ehi, amico … - Mi senti? Sono Bubbi!
Ti sento! Sono qui! Ah, lo so, non puoi vedermi! Ma sono vicino a te, in un vasetto marrone! – rispose la vocina dell’amico.
Ci hanno imprigionati, eh?- disse Bubbi amareggiato.
Ma no, ma no! Ma che imprigionati! Noi siamo BULBI!!!
Lo so, ma che significa?- aggiunse Bubbi
Aspetta e vedrai!- gli rispose misterioso il bulbetto – Aspetta e … addio!!
Addio amico! Buona fortuna!
Bubbi ascoltò il consiglio e si mise calmo ad aspettare.



La calma lo aiutò. Pian piano cominciò a sentire la carezza morbida della terra sulla sua buccia. Poi gli sembrò di respirare meglio. Anzi, si accorse di non aver mai smesso di respirare e ora, proprio mentre riprendeva a farlo con sicurezza, sentì che a ogni respiro il suo cuore veniva inondato dal profumo intenso e antico della terra. Provò a muovere il suo ciuffetto. Ci riusciva.
Poi dall’alto arrivarono persino delle goccioline d’acqua che rotolarono allegre e fresche sul suo corpo, fino a fermarsi sicure sotto la sua panciotta.
Stava benone. Altro che imprigionato. Quello era il suo posto ideale. Quello era il suo DESTINO.
Cominciò a sentirsi un po’ intorpidito. Aveva voglia di farsi un bel sonnellino. E così, tranquillo, si addormentò.




I bambini lavorarono nella serra e nell’orto circostante ancora per molti giorni. Ogni tanto innaffiavano i vasetti dei bulbi con poche gocce d’acqua fresca, così come il nonno e le maestre avevano insegnato loro.
Anche loro aspettavano con ansia. Sapevano che presto sarebbe successo.

Un sole pallido e quasi invernale scaldava la serra.  Dai vasetti allineati a terra erano spuntati dei teneri germogli verdi. Erano i bulbi che avevano bucato la terra che li ricopriva. Bubbi era tra loro. Era orgoglioso e felice. Sapeva  ormai da qualche tempo in che cosa  si sarebbe trasformato grazie alla magia della natura.
Aspettava, assieme ai suoi amici piantine, che i bambini venissero a scoprire quella meraviglia.
Ma c’era tempo. Sorrise al cielo, al vento, all’acqua  e alla luce.
Grazie a loro era diventato un bellissimo fiore violetto.





Maestra Assunta e i bambini delle seconde